I motivi di un impegno

di Ferruccio Parri

    I cortesi amici della Lettera nella pia intenzione di alleggerirmi la fatica avevano sminuzzato in alcuni quesiti - sono riportati qui sotto - le loro curiosità che i risvolti delle domande rivelavano invero assai più ampie. E francamente mi è parsa più utile una risposta comune non frazionata da non logiche cesure, anche se necessariamente riassuntiva. È vero che l'antica e fiduciosa conoscenza che regna tra noi della FIAP permetterà facilmente ai compagni di riempire le lacune e sviluppare i cenni allusivi.
    Son anni ormai che con Mercuri si discorre di questa “lettera” periodica e del carattere che dovrebbe avere. E se può servire a mia scusante aggiungo che più di una volta ho iniziato a stenderne il prologo o la presentazione, sempre interrotta per la barbarie quotidiana dei lavori forzati cui mi sono condannato. Poiché volevano essere come un congedo dalla partecipazione attiva alla vita della nostra associazione,avevano il carattere di “confidenze” di un compagno antico. Ed è ugualmente tale la breve conversazione che apre questo primo numero.
    La necessità più che opportunità di un organo interno di collegamento, ed anche di affiatamento, è così ovvia che non ha bisogno di dimostrazione. Attribuite dunque a Parri la responsabilità prima se questo non è stato finora fatto. Ci ha in certo modo tradito l’ambizione di farne qualche cosa di diverso da un semplice bollettino sociale, piuttosto malinconico, di necrologi, commemorazioni e celebrazioni, e che per la sua impostazione avesse un suo carattere, e quindi un suo posto, e la giustificazione della sua pubblicazione tra gli altri periodici resistenziali, tutti di buon livello e ben apprezzati da tutti i compagni. Poiché desideriamo esprimere loro il nostro saluto amichevole citiamo, per il loro carattere nazionale, Resistenza, Patria indipendente, Risorgimento, Europa libera.
    Quante volte ci siamo ritrovati a discutere della Resistenza, se viva o se morta, e della ragion d’essere della nostra organizzazione, la grande maggioranza di noi, sempre rifiutando la sorte meschina di un sodalizio di giubilati e la pigrizia del reducismo, ha sempre parimenti riconosciuto la nostra discendenza da un ceppo ideale comune che, esso stesso, aveva indotto la F IAP alla non affiliazione o dipendenza da un partito politico, ed aveva dato al nostro interesse per la cosa pubblica un indirizzo soltanto democratico, escludendo impegni contrassegnati da una impronta di partito.
    Ma quegli stessi interni dibattiti rivelavano che se la Lettera voleva farsi portatrice di orientamenti, giudizi, inviti all’azione relativi ai problemi attuali della società italiana, contrassegnati soltanto dal comune denominatore democratico, doveva riprendere coscienza, e farne uno dei temi dominanti di queste conversazioni epistolari, delle origini storiche della nostra particolare resistenza e delle sue vicende, e dei suoi sviluppi dialettici. Da questa conoscenza critica possono venire anche le risposte alle grosse curiosità del mio interlocutore, su cosa sia la “essenza” della Resistenza e se la democrazia sia ridotta ad una sospetta maionese o abbia ancora un senso limpido e non equivoco.
    Derivo da questa premessa due annotazioni particolari. La prima riguarda la vacuità parolaia di una certa parte della contestazione corrente, la cui immaturità politica si spiega con un eccesso d’ignoranza storica, la seconda rileva una certa difficoltà d'intenderci con tanti giovani, seri peraltro, i quali si domandano e ci domandano: perché questa insurrezione solo nel 1943, perché la Resistenza si disunisce dopo il 45, perché la Resistenza manca ai suoi obiettivi di rinnovamento a fondo del paese e dello Stato. Essi vedono la continuità e le rotture di un certo filo rosso, non la società che esso doveva permeare e condurre.
    Ne deriva come conseguenza sempre più valida per la F IAP, l'interesse che essa deve particolarmente portare per la nostra storia recente, per la storia contemporanea, per i nostri istituti storici, che hanno sempre grande bisogno della collaborazione di tutti i compagni, a cominciare dalla raccolta della documentazione che sta scomparendo. E come all’origine della così diffusa ignoranza sta sempre la scuola, altro tema d'interesse e di iniziative, tutto particolare per la FIAP, dovrebbero sempre restare seminari, corsi di aggiornamento soprattutto per gli insegnanti.
    E se vogliamo dunque risalire alle prime origini ideali della FIAP dobbiamo rifarci al periodo caldo della lotta contro il fascismo, che prende termine col 1926. Di lì vengono fili conduttori, uomini e propositi che daranno impronta nel 1943 ad una parte della Resistenza. Di lì vengono le prime illuminazioni sui nuovi principi dell’antifascismo di “Giustizia e libertà”, portate poi in Francia da Rosselli, che ritornano in Italia con la lotta clandestina ed infine con le nostre formazioni GL, prime fra i bravi nella guerra di liberazione.
    Ma chi non ha vissuto quei tempi non sa qual deserto civile avesse fatto in Italia il fascismo, come avesse idiotizzato il paese, come fossero impossibili propositi insurrezionali sin quando non si muovono le masse operaie e dietro di esse compare l’opera dei comunisti, la cui azione antifascista aveva seguito tutt’altra strada da quella degli azionisti, socialisti, repubblicani che confluiranno nella FIAP. Conoscendo questa storia si capisce perché solo con l’armistizio una insurrezione fosse materialmente possibile.
    E si capisce perché le strutture sociali dell'Italia fascista, le sedimentazioni psicologiche, facessero sentire la loro resistenza già nel 1944. E dopo il 1945 sono le resistenze conservatrici, i ceti dirigenti del fascismo che ritornano gradatamente a galla, costituiscono leve essenziali di potere, e trionfano quando la guerra fredda spacca la Resistenza. L'Italia ex-fascista amministra la rivoluzione antifascista. Ecco una prima risposta, certo estremamente sommaria, caro inquisitore. Ed ecco una prima serie problematica da proporre ai collaboratori e lettori della Lettera.
    Una seconda riguarda la Costituzione. Memorabile evento nella storia d’Italia. Ma già prodotto di compromesso politico e sociale trova naturali resistenze conservatrici alle sue innovazioni costituzionali ed agli sviluppi delle promesse sociali e civili espresse da alcuni articoli famosi. A venti anni di distanza sono ancora da costituire le regioni, che sono caratteristica essenziale del nostro ordinamento statale.
    Tutti noi abbiamo sempre considerato dovere degli uomini della Resistenza, matrice della Costituzione - non è un luogo comune - operare, lottare per la sua applicazione integrale e genuina. Quando si parlava di compiti della Resistenza molti compagni consideravano questo come il suo dovere politico distintivo e quasi esclusivo. Io non sono mai stato completamente d’accordo. E tanto meno ora che la Costituzione è lontana dai problemi nuovi della società moderna, e gli sviluppi delle sue promesse civili e sociali rivelano imprevedute ampiezze, e soprattutto nuove urgenze.
    Vorrei dire ai compagni che è nostro dovere tenersi sempre in grado di comprendere, misurare i problemi, le esigenze, le urgenze della società in cui viviamo. Anche ai vecchi, anche a noi, anche alla Resistenza la contestazione, che da un paio di anni ha rimescolato tutte le carte, con tutte le scorie che essa comporta ha dato un insegnamento fondamentale: saper guardare con occhi più liberi, non prevenuti la società in cui dobbiamo operare, le sue costituzioni, le sue strutture, le necessità di rinnovamento.
    E sempre troveremo alla lunga confermata la validità perenne delle verità primordiali della giustizia, che è sempre - come diceva l’Antico - fondamento dei regni, della libertà che non è una menzogna se vive nella giustizia, della eguaglianza. E, se volete, della fraternità. Applichiamo con serietà critica questi princìpi alle condizioni sociali di vita, alle libertà civili, alla disinfestazione dei residuati fascisti, alla smobilitazione dell’Italia ministeriale, alla rottura delle cristallizzazioni, alla denuncia di una politica ridotta a giochi di potere e copertura d’intrallazzi. Ed alla fin dei fini potremo dire al nostro amico che la formula essenziale della democrazia è: tanta libertà quanta giustizia.
    Ecco un’idea conclusiva per la FIAP, e per dare un carattere suo alla Lettera: occupiamoci con intelligenza, apertura d’idee, serenità di spirito dei problemi di democrazia, di un genuino regime democratico. Questo è il nostro solco antico. È sempre quello buono.
    
LE DOMANDE:

     Nasce «Lettera ai Compagni» in un momento politico incerto e alla presenza di un «mare» di pubblicazioni spesso inutili. Come ritieni che questo nuovo mensile della FIAP debba configurarsi nell'ambito del mondo pubblicistico resistenziale e quali le funzioni che esso possa e debba assolvere?

     Tu hai vissuto esperienze diverse in momenti diversi tutti determinanti nella storia del nostro paese. Nell'attuale situazione in cui pare stia venendo meno la fiducia nelle istituzioni democratiche, ti domandiamo, alla luce delle tue esperienze personali, cosa è stata e cosa è per te «l'essenza» della democrazia?

     Veniamo alla Resistenza. Oggi tutto è contestato e per tanti versi contestabile, lo è anche la Resistenza, e in quale misura?

     Gli uomini della Resistenza assunsero nel '45 i poteri; quali le ragioni, escludendo quelle di carattere internazionale che indubbiamente influirono e forse in misura determinante, per le quali essi persero la direzione dello Stato?
    
lettera ai compagni – Mensile della FIAP – Febbraio 1969 – Anno I, N. 1 – pp. 4-6