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Ciao, Iso

Dieci anni sono trascorsi da quel lontano 27 agosto del 2005, quando Iso ci lasciò. Iso con cui abbiamo discusso e spesso litigato ma con cui ci si ritrovava alla ricerca di una politica attenta ai valori ma insieme capace di costruire un avvenire migliore, quel "sole dell'avvenire"  dell'eterna ricerca che ha senso solo nella libertà. Le libertà dell'aggrovigliato dibattito socialista, così pieno di dubbi e di contraddizioni ma così infinitamente superiore alle certezze che la storia ha poi puntualmente demolito. Poche righe, qualche immagine  e qualche collegamento a cose che furono scritte e dopo dieci anni non hanno perso significato.

Ciao, Iso
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IL Partigiano
Un combattente che non voleva eroi
 
Il partigiano «Attaccare e sottrarsi al combattimento. Organizzare imboscate contando sulla sorpresa. Più che ogni altra attività umana, la guerriglia si impara praticandola». Lui, il partigiano Iso, la imparò nell'alta Valsesia, dov' era salito con una «banda di ribelli» dopo l'8 settembre.
Qualche mese dopo la insegnava già ai più giovani, a quelli che non avevano mai maneggiato un fucile, e agli altri che lo incalzavano per l'ansia di attaccare. Impiegò meno di un anno, per passare da soldato semplice a comandante: alla testa della seconda divisione Redi, brigata garibaldina. Era un capo partigiano stimato e seguito, Aldo Aniasi, intelligente, esperto a soli 23 anni.
Al suo fianco ebbe per molti mesi Ettore Carinelli, nome di battaglia Ettore, comandante del battaglione d' assalto «Volante azzurra», uno dei pochi ancora in vita ad aver combattuto con Aniasi.
Le loro strade, dopo gli anni in montagna, tornarono a incrociarsi il 22 giugno del 1997. Quel giorno si commemorava il martirio di Fondotoce, 42 eroi della Resistenza trucidati dai nazifascisti nell' estate ' 44. I due vecchi compagni si guardano e si fanno una domanda, la stessa che si ripetevano sulle Alpi: «Ne valeva la pena?».
Decidono di rispondere in un libro, in cui scompare l'interrogativo per dire sì, ne valeva la pena. Quelle pagine, pubblicate a cura di Gino Morrone, delineano, assieme alle parole di Ettore Carinelli, il ritratto del comandante Iso, l'Aniasi partigiano.
Luglio '44: 200 uomini accampati da 10 giorni sulle Alpi di Cortevecchio, serpeggia l'insofferenza. Bisogna rispondere al malumore. «Va bene, radunateli», ordina il comandante Iso. «Li guardava negli occhi, parlava con tono pacato, fraterno, ma anche con fermezza».
È un discorso da stratega, ma anche da capo che deve entrare nell' anima dei propri uomini:
«Noi non vogliamo eroi, non vogliamo martiri, né vittime inutili. Il mese prossimo le valli ossolane vedranno i partigiani sferrare attacchi decisivi. Allora vi sfogherete». Con la tattica del mordi e fuggi Aniasi guiderà la propria divisione a cacciare i tedeschi e costituire la Repubblica dell' Ossola, che vivrà per 37 giorni, a partire dal 10 settembre ' 44. Iso spiegherà più tardi: «Il comandante dà l'esempio, in ogni istante: nei momenti di riposo e nei momenti di pericolo. I partigiani devono essere convinti che sono guidati da chi merita di essere ubbidito».
Tra sangue e morte c' è tempo per l'amore. Alba Dell'Acqua, 28 anni, infermiera partigiana laureata in matematica, e Pino Rossi, 33 anni, medico, chiedono al comando di sposarsi. Si sono innamorati curando i feriti. È il 15 marzo ' 45: «Il comandante Iso - racconta il compagno - diede vita alla cerimonia. Firmato l'atto, gli sposi vennero festeggiati».
Sono gli ultimi mesi della Resistenza. Le brigate partigiane devono fronteggiare la colonna Stamm, ultimo reparto che punta su Milano. Il comandante tedesco, per proteggersi, «fece avanzare i suoi uomini con un centinaio di prigionieri, tra loro c'era anche il fratello di Aniasi, Guido». È il 25 aprile. La colonna tedesca si arrende in serata. Guido è libero. La divisione del comandante Iso entra a Milano due giorni dopo.
Gianni Santucci

Corriere della Sera - 29 agosto 2005-

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Dieci anni da quel giorno...


Fiorella Imprenti ha scritto anche a nome delle compagne e dei compagni impegnati nella Fiap e nella Fondazione Aniasi:

27 agosto 2005 -27 agosto 2015

Ricordo di Aldo Aniasi

 

Sono passati dieci anni dalla morte di Aldo Aniasi, che fu comandante partigiano, uomo politico, sindaco di Milano e poi parlamentare, due volte ministro e presidente nazionale della FIAP, la Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

Pochi giovani oggi ricordano il suo nome, sebbene ad essi e alla trasmissione della memoria egli abbia dedicato sempre grandi energie. Le ultime fotografie che lo ritraggono, lo trovano in pensoso e solitario pellegrinaggio ai campi di concentramento restati a monito dell'orrore delle Germania nazista, perdendo le parole di fronte ad una evidenza che non riusciva e non riesce ad imporsi.

Rimproverò, negli ultimi anni, a uomini politici e anche a un Presidente del Consiglio di avere opinioni sulla Resistenza e sulla Costituzione suffragate solo da superficialità e ideologismi, contro i quali cercò di ribellarsi.

Sempre ebbe come metodo politico l'analisi critica, la volontà di innervare la società con l'informazione approfondita, con il dibattito politico e culturale, con una visione insieme locale e internazionale.

Lo fece guidando per anni il Circolo di via De Amicis, lo fece come vice-presidente della Camera retta da Nilde Iotti, incaricato di riformare l'ufficio informativo, lo fece ereditando da Parri la presidenza nazionale della FIAP, lo fece sempre, dal suo studio e dalla sua biblioteca, che rispecchiava l'approccio che ebbe verso la conoscenza e l'elaborazione di una posizione politica.

Guardando ancora oggi quella parte di biblioteca rimasta nei locali di via De Amicis 17, si rivede in un colpo d'occhio la sua vita. Interi scaffali dedicati alla storia del pensiero e alla filosofia politica, altrettanti carichi di volumi e saggi sulle autonomie locali, nelle idee e nelle sperimentazioni, approfondimenti di economia. Poi una sezione dedicata alla salute, una alla scuola, una all'ambiente, una all'arte; ancora, l'imponente area dedicata alla Resistenza e infine Milano, la sua storia, la sua identità, la sua cultura. Accanto ai volumi campeggiano pile di studi di settore, fotocopie e stampe tipografiche di convegni, relazioni, saggi, riviste. Uno sforzo costante per tenere assieme il pensiero e il sapere tecnico, per non separare il dato dalla sua interpretazione politica e, viceversa, per non lasciare galleggiare le idee senza l'azione sul campo.

Lui che dopo il diploma all'Istituto tecnico Cattaneo e la maturità scientifica lasciò l'università, già tutta spesa a organizzare azioni clandestine contro il fascismo, per completare la sua formazione sulle montagne. Lui che partì carico solo del senso delle istituzioni libere inculcatogli dal padre socialista e con l'ansia di affermazione delle idee che aveva imparato a scuola, dal coraggio della sua professoressa di italiano, denunciata per non aver voluto insegnare ai giovani una cultura censurata. Lui che accumulò per decenni saggi e volumi per superare il "difetto" della sua formazione interrotta.

Guardando la sua vita oggi si vedono dei fili rossi che guidarono sempre ogni sua scelta, ogni suo impegno: la democrazia partecipata al centro, ancorata al concetto di autonomia locale e ad una visione globale, transnazionale. Ricordiamo le sue battaglie da Sindaco per avere gli strumenti, anche finanziari, per poter agire, ci resta di lui Ministro degli Affari Regionali il poderoso Rapporto sullo Stato delle Autonomie del 1982.

Fu prioritaria per lui la salute come primo indispensabile diritto di ogni cittadino: di lui Ministro della Sanità tra 1980 e 1981 ricordiamo gli sforzi per attuare la Riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale e l'incessante insistere sulla prevenzione e non solo sulla cura del danno. Torna nella sua riflessione e nella sua azione l'idea di una scuola in grado di dare a tutti giovani gli strumenti morali e materiali per liberare le proprie energie, poi l'attenzione ai temi ambientali e energetici, la tutela e lo sviluppo del territorio, il rilancio delle periferie. Fu infatti il "Sindaco del decentramento" e fu l'emblema della dignità ferma di fronte alla ferita di piazza Fontana e poi del coraggio di ripartire rilanciando sull'apertura e l'inclusione.

Fu lo slancio di voler puntare su di una Milano "grande città del mondo", confrontandosi continuamente con le altre metropoli dei due emisferi, in uno sguardo vicino e lontano che riusciva a mettere le ali a ogni più piccola realizzazione. Sempre un passo verso l'ideale, il socialismo come sistema di senso, in un approccio insieme liberale e libertario tra la centralità dei diritti individuali e la solidarietà e la giustizia come collanti di un mondo e di un'Europa in cammino comune. Un socialismo inteso non "come regno idilliaco che sorgerà un giorno ma come il  continuo mutamento di equilibri e di strutture a favore dell’uomo e della qualità della vita".

Ci resta un esempio di vita coerente, dedicata; ci resta una speranza nel suo ricordo e ci resta l'appello, ancora oggi valido, a ritrovare l'unità della Resistenza, nel rispetto delle sue culture e delle sue visioni.

 

A Fondotoce....