25 settembre 1943 : Bosco Martese

    

                                                   Da Teramo a Bosco Martese                                                 

                                                              di Egidio Marinaro*


Le considerazioni che seguono vogliono essere un contributo alla lettura del fatto d'armi di Bosco Martese come fatto della storia e non solo come evento della memoria

    L'evento della memoria, centrale nella comprensibile retorica celebrativa propria di ogni anniversario, non potrà essere cancellato e non rischia di essere scalfito nei suoi significati da una più puntuale ricostruzione di quanto accadde il 25 settembre del 1943 e nelle settimane immediatamente precedenti.

      Quanti vi si sono cimentati finora hanno dovuto constatare la mancanza di materiali storiografici utilizzabili per la verifica della tradizione orale, in assenza dei quali anche le conclusioni più plausibili sono destinate alla incompletezza e alla provvisorietà.

      Intendiamoci, nessuno potrebbe mettere in dubbio che quella che chiamiamo “battaglia di Bosco Martese” si sia effettivamente svolta. Lo attestano i caduti, i cui nomi sono scolpiti nelle coscienze prima che nelle lapidi.

E' stato dunque un fatto storico, la cui portata ha bisogno di essere  riproposta  rinunciando a quell'uso politico della storia che ha condizionato il lavoro storiografico e la pubblicistica ad esso connessa  relativi al secondo conflitto mondiale e alla lotta di liberazione.

 

       La provincia di Teramo era naturaliter fascista: nelle elezioni del 1924  le liste del PNF avevano ottenuto le più alte percentuali  dell'Italia meridionale. La chiesa aprutina si era apertamente schierata con Mussolini già nel 1923, con la lettera pastorale del vescovo Quadraroli di cui parlò la stampa nazionale. Col vescovo Micozzi  la simbiosi  tra clero, laicato, organizzato nell'Azione Cattolica, e regime fu resa integrale, destinata a non essere messa in discussione né dalle leggi razziali né dallo scoppio della guerra, né dagli orrori della guerra civile. Al riguardo la lettura della documentazione d'archivio, del bollettino diocesano e del settimanale  Araldo Abruzzese non lascia spazio a dubbi.

L' altro pilastro del regime totalitario in versione nostrana era la Prefettura ,  non il partito unico, lacerato da ricorrenti faide interne e perciò posto sotto permanente tutela prefettizia più che in altre aree del Paese. Del  resto il ceto politico fascista  aveva perso ogni credibilità – parlare di autorevolezza sarebbe esagerato – nel dicembre del 1926 quando non era riuscito ad impedire che il territorio provinciale fosse pesantemente amputato a beneficio della costituenda  provincia di Pescara.

Non  aveva potuto riabilitarsi neppure con la politica dei lavori pubblici, tradizionale risorsa  delle classi dirigenti di provincia, che vantava una sola realizzazione di rilievo: l'acquedotto del ruzzo.

(Fa caso a sé l'inizio della costruzione del sistema idroelettrico del Vomano nel 1938, voluto dalla società Terni per ragioni che nulla avevano a che vedere con le problematiche economiche del territorio montano.)

In sintesi, il vescovo e il Prefetto esprimevano la “società legale” con la  quale la “società reale” si identificava, nonostante le tutt'altro che confortevoli condizioni di vita delle classi popolari costrette al conformismo e alla rassegnazione, condizioni sulle quali sarebbe assai interessante - ma impossibile per mancanza di tempo - dilungarsi questa sera .

 

La caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, non fu percepita subito come un atto di rottura  dell'assetto socio- politico appena descritto.

Se ne ebbe notizia quasi per caso. Pochi privilegiati all'epoca possedevano un apparecchio radio. I comunicati ufficiali, letti con voce stentorea ai microfoni dell'EIAR, raggiunsero una parte minima della popolazione, quella più attiva e sensibile.

Ciò spiega perché  a Teramo non ci furono manifestazioni di pubblico tripudio particolarmente imponenti o addirittura violente. La sera del 26 la Questura comunicava al comandante del Presidio Militare che “durante la mattinata ed il pomeriggio di oggi l'ordine pubblico è stato pressoché normale

Seguiva l'elencazione di sporadici e marginali incidenti, del tipo di quello accaduto in Piazza Vittorio Emanuele dove un gruppetto di antifascisti aveva imposto ad un agente di P.S. di togliersi il distintivo del fascio e ricevutone un rifiuto lo avevano “malmenato e disarmato di rivoltella”. Si erano avuti numerosi arresti, revocati dopo qualche giorno per misura cautelare.

Lo stesso giorno davanti alle carceri giudiziarie si verificò un assembramento “di persone che volevano assistere alla traduzione da questa Caserma – riferiva al Questore il Capitano dei Carabinieri Reali Ettore Bianco -  alle carceri stesse degli ex squadristi ed ex gerarchi del disciolto partito fascista fermati per misure precauzionali”.

I carabinieri di scorta – aggiungeva il futuro comandante di Bosco Martese – notati tali assembramenti, scesero immediatamente dal furgoncino cellulare sciogliendoli. Nessun incidente si ebbe a verificare anche perché il furgoncino fu fatto entrare nelle carceri si' che i fermati non furono per nulla visti dalla popolazione”.

Va notato che nell'elenco dei 16 “fascisti pericolosi” fermati, così venivano definiti, non figuravano i nomi di Vincenzo Savini, il ricco proprietario terriero leader del fascismo teramano che sedeva a Montecitorio dal 1924, né il segretario in carica della federazione provinciale del PNF l'avvocato Giuseppe Rotini, anch'egli membro della Camera dei fasci e delle corporazioni, la versione caricaturale fascista del parlamento nazionale.

Insomma erano stati associati alle locali carceri le figure minori del cessato regime, colti di sorpresa dal precipitare degli eventi e impossibilitati perciò a far perdere le loro tracce.

      La preoccupazione principale delle autorità prima fasciste e ora badogliane riguardavano il cosiddetto ordine pubblico.

C'è da dire che erano tutte rimaste al loro posto: il Prefetto Bracali, il comandante del Presidio Militare Scarienzi, il podestà Adamoli. Era stato sostituito solo il Presidente dell'Amministrazione provinciale Flaiani perchè deceduto, con la nomina dell'avv.Arturo Massignani di fede democratica.

Il 28 luglio un gruppo di studenti distruggeva l'insegna marmorea del gruppo rionale fascista in corso S. Giorgio.

Notte tempo ad  opera di ignoti venivano sostituite con tavolette di legno le targhe indicanti la piazza “Italo Balbo”, ribattezzata “piazza della Libertà” e il villaggio “Ciano” divenuto “Villaggio Giacomo Matteotti”.

Il Questore non poteva sapere che l'iniziativa era partita da Mario Capuani, il quale aveva disegnato su un foglietto del suo ricettario di “medico chirurgo specialista per le malattie dei bambini” le nuove denominazioni, precisando le dimensioni delle tavolette: 1,50 x 40 per il “villaggio Matteotti”, 40x 50 per “piazza della Libertà.” Il futuro martire ipotizzava anche una “Via Giovanni Amendola”, la cui esatta ubicazione ignoriamo.

Il colonnello Scarienzi ordinò di far tagliare le tavolette con le nuove denominazioni.

 

Da un rapporto di polizia del 3 agosto risulta che circolavano in città volantini a stampa recanti il testo del “Manifesto diffuso nel Paese dall'Italia Libera organo del partito d'azione che si concludeva con l'esclamazione “VIVA L'ITALIA LIBERA”.

Il diciotto dello stesso mese furono perquisite tutte le tipografie di Teramo e le abitazioni dei proprietari delle stesse, per scoprire chi avesse stampato un volantino che dava notizia dell'occupazione anglo-americana della Sicilia, chiedeva la fine della guerra ed invitava gli italiani a liberarsi: “ prima di avere la libertà agli inglesi – vi si leggeva – cerchiamo di averla con i nostri mezzi, solo così saremo veramente degni di governarci come vorremmo”.


Manifesto “sovversivo” veniva considerato un documento stampato a cura del Partito d'Azione per ricordare il 19° anniversario dell'assassinio di Giacomo Matteotti, rinvenuto da un contadino nell'agro di Atri, dove i Carabinieri ritenevano fosse  stato “portato da qualche militare in licenza che ha creduto di disfarsene lasciandolo sulla strada”.

La circolazione delle idee stentava a riprendere e si tentava di impedirla con le stesse  misure di polizia in auge durante il ventennio.

Il più volte citato prefetto Bracali, che - allontanato da Teramo in ottobre per decisione del governo di Salò - supererà indenne la tempesta della guerra civile assumendo nel dopoguerra le funzioni di Prefetto  in importanti città dell'Italia centro- settentrionale, il 12 settembre indirizzava al comandante del presidio militare, al Questore e al comandante dei carabinieri  una nota con la quale impartiva direttive assolutamente chiare:

“In questi ultimi giorni vi si leggevasi sono nuovamente verificati in questo Capoluogo assembramenti e manifestazioni in aperto contrasto con le disposizioni contenute nel bando del 26 luglio1943.

Ho motivo di ritenere che a tali eventi non sia estranea l'opera sobillatrice e perturbatrice di elementi che si tengono nell'ombra e che agiscono a fini oscuri e non confessati; elementi che non dovrebbero essere difficile individuare in un piccolo Centro come questo Capoluogo.

Mi permetto di richiamare sugli eventi suddetti e sulle loro ripercussioni nell'attuale momento, in cui vi è maggior bisogno di calma e di senso di responsabilità, la particolare attenzione della S.V. Per i provvedimenti e le misure di competenza.”

E' significativo che questa nota porti una data successiva all'8 settembre. L'annuncio dell'armistizio aveva posto, nell'immaginario collettivo, la parola fine alla disastrosa esperienza bellica e fatta nascere la quasi-certezza di un rapido ritorno a forme di vita democratica.

L'impazienza popolare – generata dalla delusione delle giovani generazioni, dalla rabbia delle donne che sopravvivevano al centro di focolari domestici sconvolti, dal malcontento per la fame dilagante – andava crescendo a dispetto di ogni elementare esigenza di ordine pubblico.

 

Al comandante del Presidio era giunto un dispaccio classificato “segreto” del suo diretto superiore, il generale di divisione Ettore Belgrano, preposto al comando della zona militare di Pescara. Gli ordini impartiti riguardavano il passaggio delle truppe tedesche, rispetto al quale venivano fissate le seguenti “norme”:

“ 1° - Non ostacolarne il deflusso e anzi, nei limiti del possibile agevolarlo; 2°  - in caso di incidenti cercare subito di prendere contatto col più elevato in grado, chiarendo le nostre intenzioni nei loro riguardi, cercando di eliminare gli equivoci, in quanto le esperienze di questi giorni dimostrano che tutti gli incidenti sono stati generati da malintesi; 3° - verificandosi casi sporadici di violenza da parte di piccoli  nuclei che assumessero carattere di vero e proprio brigantaggio, reagire con le armi;

4 – Di fronte ad azioni di ingenti masse o di ingenti mezzi nemici che intendessero distruggere o sabotare opifici è inutile fare resistenza, servirebbe solo a sacrificare vite umane. Se invece trattasi di pochi elementi che possono essere fronteggiati da guardie del posto, reagire decisamente; 5 – militari di truppa che arbitrariamente si allontanassero, debbono essere denunciati ai Tribunali militari ed i comandi debbono tenere apposito elenco documentato per lo svolgimento del processo non appena possibile”.

 

Il 12 settembre fu  la data del primo apparire dei tedeschi non più alleati ma nemici. Nel pomeriggio una colonna motorizzata della Wehrmacht transitò in piazza Garibaldi proveniente dalla statale 80 e diretta verso Ascoli Piceno. Dopo essere stata disarmata  da un gruppo di civili e da qualche militare, intervenne Scarienzi che, applicando alla lettera le direttive ricevute da Belgrano, impose che ai militari tedeschi fossero restituite le armi e potessero di conseguenza ripartire in direzione delle Marche. Il capitano Ettore Bianco manifestò apertamente il proprio dissenso dalla decisione del comandante del Presidio.

Il suddetto Generale di Divisione comandante la zona militare di Pescara, con giurisdizione sull'intero territorio abruzzese e parte di quello marchigiano, con  un “foglio” datato 18 settembre  disporrà, vista la progressiva occupazione del territorio regionale da parte dei tedeschi, “l'invio del personale di ciascun reparto in licenza straordinaria in attesa di disposizioni”, precisando che:

“ - ufficiali e sottufficiali siano soddisfatti degli assegni del mese di settembre, se possibile, sino al 31 dicembre;

-       la truppa sia soddisfatta degli assegni del mese di settembre;

-       il personale posto in libertà (sia) munito di regolare documento di licenza straordinaria in attesa di disposizioni.

 

Il Regio Esercito italiano lasciava dunque campo libero all'occupante tedesco ponendo i propri effettivi in “licenza straordinaria”. Verrebbe da sorridere, se non ci trovassimo al cospetto di un dramma epocale.

 

           Le lunghe citazioni erano necessarie per chiarire la portata reale della scelta di fronte alla quale si trovarono gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati di stanza a Teramo nel  terribile settembre del 1943.

La gran parte trovò conveniente ritirare il foglio di licenza  e dileguarsi, per raggiungere le famiglie.

Dei 121 ufficiali, appena una  dozzina assunse una decisione diversa. Dei 2574 militari di truppa, solo alcune decine la condivisero. Lo stesso dicasi  dei sottufficiali.

                                                                     

       Disobbedire all'ordine di consegnare ai tedeschi il controllo del territorio e delle popolazioni inermi e sofferenti che lo abitavano comportava  rischi  difficili da  sottovalutare  e richiedeva un coraggio che nulla lasciava prevedere potesse essere premiato, in nome di un patriottismo di sostanza e anti-retorico.

Patriottismo che era allo stesso tempo il terreno di incontro con la risorgente  coscienza democratica, mai del tutto cancellata durante la ventennale dittatura, che animava  i vecchi e nuovi  antifascisti  pronti a farsi resistenti.

    Le armi, pesanti e leggere, poste in un primo tempo a difesa  della città e successivamente trasportate con mezzi di fortuna in montagna per sottrarle alle razzie degli occupanti, appartenevano alla comunità nazionale anche se erano nella temporanea disponibilità  dei comandi militari.

Ciò spiega e giustifica la decisione di  apprestarsi ad usarle contro il nuovo nemico.

   A Bosco Martese  le armi italiane sparano contro le armi tedesche: è la rappresentazione emblematica della incipiente lotta  di Liberazione, giustamente definita “secondo Risorgimento”.


        E' persino secondaria, in sede di riflessione storiografica scevra da intenti celebrativi, la circostanza che lo scontro tra italiani e tedeschi a Bosco Martese si sia concluso con la sconfitta dei secondi. Se fosse accaduto il contrario, quanto detto finora resterebbe confermato.

          Resterebbe confermato il significato straordinario della spontanea unità d'intenti tra militari e civili.

Si è parlato e scritto dell'esistenza di un comitato insurrezionale composto dai rappresentanti dei partiti, scambiando gli incontri, frequenti in quei giorni, tra cittadini noti per la passata appartenenza ai partiti democratici (comunisti, socialisti, popolari)e i neofiti dei idealità politiche  nuove (azionisti) per presenze organizzate semplicemente impossibili.

Lo stesso numero dei presenti sulla montagna oscilla nella memorialistica tra 600 e 1500. Due cifre  palesemente inverosimili.

                Resterebbe confermato il valore esemplare del sacrificio dei caduti, anche se la consistenza operativa  e la capacità di fuoco dell'autocolonna tedesca  non è oggettivamente misurabile in assenza di una documentazione di parte tedesca, la cui esistenza negli archivi  germanici oggi aperti alla libera consultazione sarebbe da accertare. Anche a questo proposito non sono mancate esagerazioni, propalate con le migliori intenzioni.

                  Resterebbe confermata la caratterizzazione generazionale dei combattenti di Bosco Martese, in grande prevalenza di giovane età, non meno della sua sorprendente internazionalità.

 

                   Lo svolgimento dello scontro armato, infine, fu condizionato in misura determinante dalla imperizia dei combattenti, troppo in fretta  inquadrati  in formazioni  che di militare avevano solo l'apparenza  e che solo nei mesi successivi acquisiranno  l'efficienza richiesta dalla dure leggi della lotta partigiana.

In altre parole, a Bosco Martese c'era in nuce ciò che sarà tramandato col nome di RESISTENZA. Niente di meno e niente di più. Ma non era davvero poco.

 

     *  Nel 71° anniversario della “battaglia di Bosco Martese” pubblichiamo la relazione svolta il 25 settembre 2010, in occasione di un convegno promosso dall' Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell'Italia Contemporanea, dallo storico Egidio Marinaro, membro del Consiglio Direttivo dello stesso Istituto e direttore responsabile della rivista di studi storici ABRUZZO CONTEMPORANEO.