Omaggio a Matteotti


Introduce il Presidente della Fiap, Mario Artali

Pochi giorni orsono, al Campo della Gloria del Cimitero Maggiore di Milano, concludendo la cerimonia in onore dei Caduti per la libertà, ricordavo come proprio di questi tempi 70 anni orsono fosse iniziato il più terribile inverno della seconda guerra mondiale.   

I primi mesi del 1944 avevano alimentato le speranze di una rapida conclusione della guerra con la  sconfitta  del  nazifascismo.

A marzo i grandi scioperi in tutta l’Italia occupata, il 4 giugno la liberazione di Roma e subito dopo dell’intero Abruzzo, in luglio Siena, Arezzo, Ancona e Livorno.

Per tutto agosto si combatte a Firenze fino alla vittoria del 1°settembre.

Dovunque si rafforzano le bande partigiane e ne nascono di nuove, si implementa faticosamente il coordinamento delle formazioni sulla base della decisione presa il 19 giugno dal CLNAI di costituire il CVL sotto il comando di Raffaele Cadorna, con Luigi Longo e Ferruccio Parri vicecomandanti. Da marzo 1944 era iniziata la costituzione del Corpo Italiano di Liberazione (CIL) per combattere accanto agli Alleati, dopo che negli ultimi mesi del 1943, il 1°raggruppamento motorizzato si era battuto insieme agli angloamericani e la bandiera italiana era sventolata con quella americana sulle pendici di Monte Lungo. A settembre dello stesso anno il CIL lascia il posto ai primi "Gruppi di Combattimento", vere e proprie Divisioni di fanteria del ricostituito esercito: un complesso di 20.000 uomini, armati ed equipaggiati dagli inglesi ma con stellette ed il tricolore al braccio.  Collegata al Comando alleato opera anche –e lo sottolineo salutando la presenza di docenti e studenti abruzzesi -la Brigata Majella di Ettore Troilo, che di Matteotti fu assistente e compagno di Partito.

A giugno  era stata costituita a Montefiorino (Modena) la prima repubblica partigiana, la prima di molte: la Resistenza cercava di riscoprire la democrazia e la partecipazione, dopo la lunga notte del fascismo.

A settembre nasce la Repubblica dell’Ossola, una delle principali e delle più ricordate. La giunta provvisoria di governo è presieduta dal socialista Ettore Tibaldi, che così definisce l’obiettivo della Repubblica: “dare un esempio di come gli italiani, liberatisi per esclusiva forza loro, sapessero amministrarsi, attraverso un libero Governo, dando prova della capacità a democraticamente reggersi”.

A coloro che ancora sottovalutano il contributo di tutti i combattenti per la libertà – non importa se inquadrati nelle Forze Armate o partigiani delle più diverse formazioni – ricordo la sobria efficacia con cui a Parigi, alla conferenza di pace, si espresse Alcide De Gasperi rivendicando per l’Italia condizioni diverse da quelle riservate alla Germania ed al Giappone.

De Gasperi rifiuta (sono sue parole) “la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza” che è: “delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania”. “Delle forze?” Ancora De Gasperi: “ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del Corpo Italiano di Liberazione, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e last but not least dei partigiani, autori soprattutto della insurrezione del nord”.

Ma da dove nasce tutto questo, dopo vent’anni di dittatura e di deformazione delle coscienze?

Da dove nasce, dopo il rallentamento e l’arresto dell’avanzata alleata, le terribili rappresaglie nazifasciste, il prezzo inumano pagato per superare il lungo e durissimo inverno, l’energia che si sprigiona fino alla vittoria del 25 aprile del 1945?

Nasce certo dal sacrificio di molti, di eroi di tutte le colorazioni dell’arcobaleno e di soldati fedeli al giuramento prestato, dall’esempio di tanti, esuli, prigionieri o clandestini in Patria, ognuno dei quali dobbiamo onorare e ricordare.

Oggi siamo qui per ricordare un uomo il cui nome significò e significa più di altri tutto questo: Giacomo Matteotti.

Ho letto da qualche parte che il professor Stefano Caretti ha detto: “Per riportare Matteotti nella storia, come finalmente merita, bisogna andare a cercarlo nel mito”.

Strana sorte per un “eroe tutta prosa” come lo definì Carlo Rosselli, che scrisse, dieci anni dopo: “Matteotti è diventato il simbolo dell'antifascismo e dell'eroismo antifascista. In qualunque riunione si faccia il suo nome, il pubblico balza in piedi o applaude. Comitati Matteotti, Fondi Matteotti, Circoli Matteotti, Case Matteotti. Matteotti, come l'ombra di Banco, accompagna Mussolini. E Mussolini lo sa. Eppure, nessun uomo fu meno simbolo, meno "eroe", nel senso usuale dell'espressione, di Matteotti. Gli mancavano per questo le doti di popolarità di oratoria, di facilità che creano nel popolo il feticcio; e la sua vita breve non registra neppure uno di quei gesti drammatici che colpiscono la fantasia e promuovono ad "eroe" il semplice mortale.

Matteotti possedeva però in grado eminente una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari: il carattere. Era tutto d'un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione, e con ostinazione le applicava. Quando lo conobbi a Torino insieme a Godetti ricordo che entrambi rimanemmo colpiti dalla sua serietà e dal suo stile antiretorico e ci comunicammo la nostra impressione.”

Antiretorico e di grande preparazione, non solo giuridica.

Figlio di famiglia abbiente in quella che era allora una delle zone più povere del Paese –il Polesine- sceglie senza esitazioni la difesa dei diseredati.

All’inizio del 1900, a soli 15 anni Matteotti inizia la sua militanza socialista e collabora al periodico “La lotta”, il giornale di riferimento del socialismo riformista in provincia di Rovigo. I primi articoli sono di generica propaganda, poi inizia ad occuparsi in modo sempre più attento della questione bracciantile.

Matteotti è antimilitarista e tra i più risoluti avversari della guerra libica e poi della prima guerra mondiale tanto che, richiamato alle armi, viene internato in Sicilia e non mandato al fronte, dove lo si ritiene in grado di nuocere alla causa nazionale.

A 25 anni, nel 1910, inizia la sua esperienza di amministratore socialista.

Il governo locale è per i socialisti un modo concreto per intervenire a migliorare le condizioni dei lavoratori ed è una prospettiva di trasformazione dello stato. Matteotti è riformista, convinto sostenitore dell’unità del Partito e della centralità delle Leghe, delle organizzazioni sindacali, delle cooperative, delle quali è instancabile promotore.   A questi organismi di classe spetta a suo avviso il primato, e non ai teorici del Partito, che tendono a vedere le riforme o la rivoluzione come fine e non come semplici mezzi per arrivare al socialismo.

La sua dedizione gli fa lasciare anche i più importanti impegni di politico e parlamentare per accorrere a sostenere i suoi compagni.

Nel primo dopoguerra dal 1919 è deputato al parlamento e i lavoratori delle compagne restano una sua priorità d’azione. Nel 1920, in occasione del rinnovo dei patti agricoli annuali, Matteotti , sostenuto anche dalla grande avanzata elettorale dei socialisti, riesce ad imporre un patto agricolo, detto anche “Patto Matteotti” che riconosce importanti miglioramenti nelle condizioni di lavoro e soprattutto fissa “l’imponibile di manodopera”, obiettivo prioritario delle lotte  bracciantili nella prima metà del 900 (in sintesi  le leghe chiedevano di stabilire quanti lavoratori fossero necessari per determinati lavorii).

 

E’ tra i pochi che comprendono dall’inizio la natura del fascismo: denuncia con fermezza le violenze squadriste, volte nelle campagne a impedire il rinnovo dei patti agricoli del 1920. Nel marzo del 1921 denuncia alla Camera queste intimidazioni e dopo pochi giorni viene rapito e picchiato da una banda fascista, preludio a quello che succederà nel 1924.

Socialista riformista diviene nell’ottobre del 1922 segretario del PSU, il Partito di Turati.

Nell’ultima lettera a Filippo Turati, scritta subito prima delle elezioni del 1924 (Critica Sociale, 16 giugno 1946) scrive: “L’esito (delle elezioni) darà la misura della violenza e del terrore, non del consenso dei singoli partiti” e aggiunge: “la nostra resistenza al regime dell’arbitrio deve essere più attiva…   Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso Codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e di libertà; tutto ciò che esso ottiene, lo spinge a nuovi arbitrii, a nuovi soprusi. E’ la sua essenza, la sua unica forza; ed è il temperamento stesso che lo dirige”.  

Ricerca la più ampia unità e rifiuta la falsa combattività di coloro che “riparano sotto il pretesto formale che tutti i governi sono eguali”

Individua il punto debole di altre forme di antifascismo: “il nemico è attualmente uno solo: il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro.”    Matteotti replica in maniera dura a Togliatti: “Voi escludete -a priori – qualsiasi blocco di opposizione al fascismo ed alla dittatura da esso instaurata che si proponga come scopo una restaurazione pura e semplice delle libertà statutarie…. Il porre tali condizioni pregiudiziali ad una intesa che, secondo noi, invece dovrebbe mirare, avanti tutto e in ogni modo, alla riconquista delle libertà politiche elementari, e a trarre il proletariato dall’attuale tragica situazione, significa non solo rendere impossibile l’intesa, ma anche vana ogni discussione”  

Difficile quindi dare torto ad un altro grande simbolo dell’antifascismo, Piero Gobetti, quando scrive: “Ci vuole un’intelligenza fredda e calcolatrice per scoprire l’avversario vero in Matteotti…Nulla di fortuito nel suo assassinio…si è voluto colpire il capo di uno Stato maggiore”.

Ecco dove sono le basi della Resistenza senza di cui “saremmo passati” - come diceva Pietro Nenni- “senza un fremito di orgoglio dall’una all’altra occupazione militare straniera”, e questo non avrebbe significato solo condizioni di pace peggiori ma anche la impossibilità di ricostruire l’identità e l’orgoglio della Nazione.