Giacomo Matteotti

GIACOMO MATTEOTTI – LA VITA, L’OPERA, IL MARTIRIO

Intervento di Giorgio Benvenuto al Convegno del 14 giugno 2014 “Omaggio a Giacomo Matteotti a novant’anni dal suo assassinio”

 

            Matteotti come Bruno Buozzi, come i fratelli Rosselli, come Eugenio Colorni, appartiene alla tradizione socialista. E’ un riformista aperto e pronto al confronto, capace di trovare, con moderazione e tenacia,  i compromessi per raggiungere l’unità ma intransigente e fermo nell’essere sempre schierato per la libertà e la democrazia.

            Parliamo di Matteotti negli anni 1919-1924. Cinque anni cruciali, decisivi per il futuro del paese.

            Matteotti giovane e intelligente dirigente politico cerca invano di spingere in quegli anni i socialisti ad una politica riformista.

            Le elezioni politiche del 1919 rappresentano il momento più favorevole per i socialisti: ottengono 1.835.000 voti, pari al 32,3 per cento (il doppio rispetto alle elezioni precedenti); i deputati eletti sono 156; i popolari, presenti per la prima volta, ottengono 1.167.000 voti, pari al 20,6 per cento, con 100 deputati; i gruppi democratico-liberali ottengono insieme 179 seggi, contro i precedenti 310. Mussolini presenta la lista Fasci di Combattimento; prende appena 5.000 voti. Non è eletto in Parlamento.

Giacomo Matteotti appena trentaquattrenne è eletto nel collegio di Ferrara e Rovigo con il 70,1 per cento dei voti (diremmo oggi il collegio più rosso).

L’affermazione del PSI è schiacciante nel Nord con il 46,5 per cento e con risultati invece modesti nel Centro e nel Sud. Il successo dei socialisti è però presto indebolito dalle dispute interne che coinvolgono massimalisti e riformisti, influenzati fortemente dalla rivoluzione russa e dal drammatico terremoto politico e sociale del dopoguerra in Italia ed in Europa.

            Invano Filippo Turati ammonisce: “Parlare di violenza continuamente e rinviarla sempre all’indomani è la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza avversaria, mille volte più forte della nostra. Questo è un inganno mostruoso, una farsa, che peraltro può tralignare in tragedia, preparando i tribunali di guerra, la reazione più feroce, la rovina del movimento per mezzo secolo, non solo sotto la compressione militarista, ma sotto l’ostilità di tutte le classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini liberi che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la propria ascensione e la liberazione del mondo e che noi – colla minaccia della dittatura e del sangue – gettiamo dalla parte opposta, regaliamo ai nostri avversari, privandoci di un presidio inestimabile di consensi, di cooperazioni, di forze morali che, invece, in certi momenti, sarebbero decisive a nostro favore”.

            I socialisti non sanno gestire lo straordinario risultato elettorale. Il paese è cambiato. La guerra ha mutato profondamente la geografia politica e sociale. Il passaggio da una economia di guerra ad una economia di pace porta ad un aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Il Partito Socialista non sa proporsi come forza di governo. Turati presenta il progetto “Rifare l’Italia”. Cerca un’intesa con i popolari di Sturzo ma non ci riesce. Prevale il massimalismo e si rafforza il mito della rivoluzione russa. Fare come in Russia diventa la parola di battaglia dei socialisti. Insomma si creano le premesse su cui, non andando i socialisti al governo, ci andranno i fascisti.

            Il 1919, il 1920 ed il 1921 vedono acuirsi il confronto tra massimalisti e riformisti soprattutto in presenza di grandi lotte sociali (lo sciopero delle lancette, la settimana rossa, l’occupazione delle fabbriche).

            Il 15 gennaio del 1921 si apre a Livorno il XVII Congresso del PSI: le linee di divisione all’interno del partito sono nettamente e drammaticamente segnate. Alla votazione, su 172.000 voti 98.000 vanno ai massimalisti di Serrati, 59.000 ai massimalisti comunisti di Bordiga, appena 15.000 ai riformisti di Turati.

            Si consuma la scissione tra due massimalismi con la costituzione del PCd’I, il Partito Comunista d’Italia. Inizia così  la “Caporetto” socialista, sotto la spinta potente dell’offensiva sempre più violenta ed illegale del fascismo.

            Le elezioni del 1921 vedono il PSI attestarsi al 24,7 per cento, con 1.631.000 voti; il PCd’I raccoglie 300.000 voti, pari al 4,6 per cento; vengono eletti 122 deputati socialisti e 15 deputati comunisti; i popolari arrivano a 107 seggi; entrano alla Camera dei Deputati appena 32 parlamentari fascisti.

            Il 10 ottobre del 1921 si tiene a Milano il XVIII Congresso del PSI, un partito indebolito, dominato dalla contrapposizione al suo interno tra la transigenza e l’intrasigenza.

Incisivo, in questa occasione, il discorso di Giacomo Matteotti, che sottolinea il dramma del suo Polesine, ove il terrore fascista dilaga, mettendo a repentaglio l’esistenza delle organizzazioni sindacali e politiche di sinistra. “E’ indispensabile – dice Matteotti – uscire al più presto dall’equivoco inerte del massimalismo e concentrare le proprie energie sul problema vitale di come fronteggiare il fascismo senza precludersi l’uso di tutti i mezzi disponibili, da quelli legalitari e parlamentari sino a quelli volti a rispondere con la violenza alla violenza e alla illegalità.”

 

Ma non accade nulla di nuovo, anzi il declino e la paralisi dei socialisti aumentano. Il XIX Congresso del PSI si apre a Roma il 1° ottobre del 1922, a pochi giorni dalla marcia su Roma. I massimalisti di Serrati prevalgono per pochi voti sui riformisti, 32.000 voti contro 29.000. Si consuma così una nuova scissione, ed il 4 ottobre si costituisce il PSU, il Partito Socialista Unitario, con Segretario Giacomo Matteotti. Al nuovo partito aderiscono 63 deputati su 122; dei restanti 59 molti rimangono incerti e solo una trentina aderiscono al PSI.

 

Militano nel PSU con Matteotti, Turati, Treves, Bruno Buozzi.

 

La marcia su Roma del 28 ottobre porta Mussolini che ha solo 32 parlamentari alla Presidenza del Consiglio, senza colpo ferire. Il Re si rifiuta di firmare lo stato d’assedio.

           

La marcia su Roma per realizzarsi aveva bisogno della complicità o almeno della neutralità dell’esercito. Badoglio aveva detto al Re che per liquidare le squadre d’azione sarebbero bastati cinque minuti di fuoco. Ma non avvenne. Il Re chiese al Maresciallo Diaz, il Comandante delle forze armate, cosa avrebbe fatto l’esercito in caso di scontro con i fascisti: “ l’esercito farà il suo dovere; però sarebbe meglio non metterlo alla prova”. E Vittorio Emanuele III non lo mise alla prova…..

Matteotti inizia infaticabilmente a documentare e a denunciare le violenze ed i soprusi di cui è vittima la democrazia. L’avvento di Mussolini rafforza in lui la consapevolezza di una antitesi insanabile- di carattere morale prima ancora che politico – tra socialismo e fascismo,quella visione politica, insomma, che Arfè ha ben definito come “etica dell’antifascismo” di Matteotti.

 

Il PSU diviene il vero ed autentico continuatore della tradizione socialista, riempiendo lo spazio abbandonato dai massimalisti e dai comunisti, per proporsi come il fulcro di una coalizione democratica e riformista aperta a tutte le forze progressiste.

 

Sono numerose le battaglie fatte da Matteotti nel 1923 per la riscossa socialista e per fronteggiare le insidie della nuova legge elettorale maggioritaria voluta da Mussolini per consolidare il proprio potere alla testa di un nuovo blocco sociale.

 

In un convegno dei socialisti unitari del mezzogiorno, nell’ottobre del 1923, Matteotti incentra la sua relazione sull’antitesi tra i socialisti ed il governo fascista: da esso non era possibile attendersi nulla se non al prezzo di una rinuncia impossibile alla democrazia: “la libertà va riconquistata con uno sforzo autonomo dei lavoratori e in particolare dei socialisti unitari, ai quali spetta un compito preciso: quello di resistere nettamente all’opposizione.”

 

L’11 ed il 12 novembre 1923, a Milano, Matteotti afferma che “il problema è quello di staccare dalle classi capitalistiche e plutocratiche quegli elementi che si son dati al fascismo soltanto per paura dei nostri veri o immaginari eccessi, ma i cui interessi sono in antitesi con quelli del fascismo. Il PSU deve fare appello a tutti i lavoratori che credono nella democrazia come condizione irrinunciabile dell’azione socialista. La verità è che in una dittatura non esiste più né il comune, né la cooperativa, né l’organizzazione sindacale e che ciò viene elargito dall’alto può essere ritolto in ogni momento.”

 

Nonostante gli appelli e gli sforzi unitari di Matteotti i tre partiti della sinistra – PSU, PSI, PCdI, vanno alle elezioni del 1924 in ordine sparso e senza alcun collegamento organico con le altre opposizioni.

 

I risultati elettorali del 6 aprile 1924 risentono fortemente delle violenze, delle intimidazioni, delle irregolarità, dei brogli più o meno palesi. Su 7.600.000 votanti, il Fascio Littorio ottiene 4.300.000 voti; altri 350.000 vanno ad una lista fascista civetta: in tutto Mussolini ottiene il 66,9 per cento dei voti e 375 deputati.

 

Tra i partiti dell’opposizione i Popolari ottengono 637.000 voti con 39 deputati; il PSU 415.000 voti con 24 eletti; il PSI 342.000 voti con 22 deputati; il PCdI 268.000 e 19 eletti.

 

Il risultato annichilisce l’opposizione. Turati arriva a scrivere in una lettera alla Kuliscioff del 29 maggio 1924: “Se le cose si appianano, se la Camera ripiglia il vecchio tran-tran, sarà possibile anche quell’esodo individuale “per motivi di salute” o per “motivi di famiglia” che non era possibile finora per motivi noti. Io mi vado rassegnando al destino. Ci vuole un po’ di tempo per avvezzarsi ad essere morti.”

 

Giacomo Matteotti reagisce invece con forza, con coraggio: interviene nella seduta inaugurale della nuova Camera tra clamori, contumelie, minacce ed interruzioni. E’ una requisitoria intransigente che documenta le violenze, i brogli, le corruzioni che avevano caratterizzato la campagna elettorale: è una contestazione appassionata e ferma della validità delle stesse elezioni.

 

 “La normalizzazione, almeno parlamentare di cui vi parlavo ieri – scrive Turati quello stesso giorno alla Kuliscioff – ebbe oggi una buona smentita.”

 

Matteotti stesso è consapevole del suo destino, quando annuncia ai suoi compagni di partito dopo l’intervento: “E adesso potete preparare la mia orazione funebre.”

 

L’intervento di Matteotti è accompagnato da un saggio che viene diffuso in Italia e all’estero.

 

Viene svolta una analisi documentata sulla situazione economica e finanziaria del Paese: è indicato con dovizia di dati come è peggiorata la bilancia commerciale. Sono in crisi i conti pubblici. Vengono analizzati i dati sul debito pubblico, sul disavanzo, sulle entrate tributarie, sulle imposte locali. Vengono forniti dati sulla circolazione bancaria, sui depositi, sull’andamento dei prezzi, sulla evoluzione dei profitti e dei salari, sull’andamento dell’occupazione, della emigrazione e sulla conflittualità.

 

E’ un affresco importante della geografia economica e sociale italiana all’indomani della prima guerra mondiale, con indicata, con lucidità e con l’attento messaggio delle cifre, l’iniquità sociale dei provvedimenti economici del fascismo, tutti tesi a privilegiare i settori forti dell’economia. Dati che confermano la profonda ingiustizia sociale, ma anche la grande incompetenza del fascismo.

 

E’ impressionante la denuncia precisa e puntuale degli atti del governo fascista: il ricorso alla decretazione d’urgenza largamente usato ed abusato da Mussolini (i decreti legge sono addirittura 517 in 12 mesi, e di questi 500 registrati con riserva dalla Corte dei Conti). Degno di attenzione è anche l’elenco documentato sullo scioglimento degli organi rappresentativi nelle autonomie locali e sull’utilizzo della propaganda.

 

Il dossier economico e politico presentato da Giacomo Matteotti alla Camera è completato dalla pubblicazione delle “parole dei capi” e dalle cronache dei fatti che documentano come capillarmente la violenza e l’intimidazione fascista, con il bavaglio alla stampa, hanno spento la democrazia creando le premesse per la dittatura.

 

Nel primo processo contro gli assassini di Matteotti, Farinacci, nella veste di avvocato difensore al processo farsa di Chieti, disse di Matteotti: “era il calunniatore, il diffamatore freddo e sistematico. Partecipò a congressi internazionali per agire contro il proprio paese e mettersi al servizio dello straniero. Nell’aprile del 1924, signori giurati, dico aprile del 1924, al congresso socialista belga riuscì a riscuotere dai rappresentanti dei partiti socialisti di Francia, Inghilterra, Polonia e Russia, le più calorose accoglienze per gli attacchi mossi all’Italia fascista. Pubblicò un opuscolo dove aveva pubblicato le più spudorate menzogne per far sapere all’estero che il primo anno del Governo fascista fu un anno di terrore e di distruzione. Questo opuscolo venne tradotto e diffuso con un manifesto in cui il fascismo era rappresentato da un pugno che stringe un pugnale grondante di sangue”.

 

L’assassinio di Matteotti fu per l’antifascismo e per l’Italia l’ultima occasione per liberarsi del fascismo.

 

La reazione del paese fu unanime. Mussolini ed il fascismo divennero oggetto di disprezzo e di dileggio. Ma l’opposizione, in parte ritiratasi sull’Aventino, in una inconcludente e vana attesa di un intervento legalitario del Re, non seppe raccogliere e indirizzare l’opinione pubblica per abbattere il fascismo. Era divisa tra socialisti e democratici da una parte, popolari dall’altra e comunisti ancora da un’altra. Non ebbe il coraggio di Matteotti. E così Mussolini superò la crisi. Si assunse ogni responsabilità. Fece le leggi fascistissime. Imbavagliò la stampa. Sterilizzò i sindacati, i partiti, le cooperative. Iniziò così la lunga notte che per vent’anni oscurò la democrazia e la libertà in Italia.

 

Il sacrificio di Matteotti non fu inutile. Turati lo aveva compreso e previsto quando parlò di Matteotti a Montecitorio subito dopo il suo assassinio: “Vorrei che a questa riunione non si desse il nome logoro, consunto, di commemorazione. Noi non commemoriamo. Noi siamo qui convenuti ad un rito, ad un rito religioso, che è il rito stesso della Patria. Il fratello, quegli ch’io non ho bisogno di nominare, perché il suo nome è nei nostri cuori, perché il suo nome è evocato in questo stesso momento da tutti gli uomini di cuore, al di qua e al di là dell’Alpe e dei mari, non è un morto, non è un vinto, non è neppure un assassinato. Egli vive. Egli è qui, presente e pugnante. Egli è un accusatore. Egli è un giudicatore. Egli è un vindice. Egli è qui il vindice della terra nativa; il vindice della Nazione che fu depressa e soppressa; il vindice di tutte le cose grandi che Egli amò, che noi amammo, per le quali vivemmo, per le quali oggi più che mai abbiamo, anche se stanchi e sopraffatti dal disgusto, il dovere di vivere. E il dovere di vivere è anche, e soprattutto, il dovere di morire quando l’ora lo comanda. Di morire per rivivere; di morire perché tutto un popolo morto riviva: di morire perché il nostro sangue purifichi le zolle, le sacre zolle della Patria.”